martedì 2 agosto 2011

Della Liberta' (in breve)


 Quando parliamo di Liberta’, dobbiamo assolutamente legare il concetto stesso del termine “liberta’” a quello di “libero arbitrio”. Potremo definire la liberta’ come la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, usando la volontà di ideare e mettere in atto un'azione, ricorrendo ad una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a metterla in atto. Al fine di porre in atto un azione libera, l’uomo deve essere sottoposto a due condizioni inscindibili: la trasparenza da parte dell’ambiente circostante nell’influenzare le azioni dell’individuo e l’assenza di vincoli fisici atti a produrre l’evento. Nel primo caso infatti si puo’ definire libera solo quell’azione cui l’individuo puo’ valutare oggettivamente, senza vincoli religiosi, sociali, civili, familiari, psicologici. Nel secondo caso, invece, la libera azione puo’ essere espressa mentalmente (pensiero, fantasia ect..), la quale non richiede anche liberta’ fisica; oppure fisicamente, la cui espressione esige necessariamente una liberta’ materiale.
Tutto cio’ sarebbe idealmente applicabile, pero’, a patto che l’uomo vivesse singolarmente rinchiuso in uno stato di “limbo” individuale.
Stranamente invece, a prescindere dai Dogmi Religiosi, sappiamo che l’Uomo, per Natura o per Volonta’ Naturale,  vive in associazione fra individui; questo, in quanto  e’ ordinato alla tensione sociale, dalla quale esso stesso rileva lo scopo, ovvero il Bene della propria esistenza.
Per citare Aristotele infatti:  [Il bene è lo scopo].
[1094a] Si ammette generalmente che ogni tecnica praticata metodicamente, e, ugualmente, ogni azione realizzata in base a una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è "ciò cui ogni cosa tende"1. Ma tra i fini c’è un’evidente differenza: alcuni infatti sono attività, altri sono opere che da esse derivano. [5] Quando ci sono dei fini al di là delle azioni, le opere sono per natura di maggior valore delle attività. E poiché molte sono le azioni, le arti e le scienze, molti sono anche i fini: infatti, mentre della medicina il fine è la salute, dell’arte di costruire navi il fine è la nave, della strategia la vittoria, dell’economia la ricchezza. [10] Tutte le attività di questo tipo sono subordinate ad un’unica, determinata capacità: come la fabbricazione delle briglie e di tutti gli altri strumenti che servono per i cavalli è subordinata all’equitazione, e quest’ultima e ogni azione militare sono subordinate alla strategia, così allo stesso modo, altre attività sono subordinate ad attività diverse. In tutte, però, i fini delle attività architettoniche [15] sono da anteporsi a quelli delle subordinate: i beni di queste ultime infatti sono perseguiti in vista di quei primi. E non c’è alcuna differenza se i fini delle azioni sono le attività in sé, oppure qualche altra cosa al di là di esse, come nel caso delle scienze suddette.

Nell’ambito sociale quindi, la liberta’ d’azione dell’individuo non e’ fine a se’ stessa, ma si pone essenzialmente in relazione con l’individuo prossimo. Ogni azione liberamente compiuta ha delle naturali ripercussioni anche sulla liberta’ dei soggetti con i quali interagiamo concretamente o con i quali potremmo interagire potenzialmente.
 Per esemplificare: se un soggetto uccide un altro soggetto, privera’ della vita quell’individuo, ma potenzialmente privera’ della vita anche chi avrebbe potuto nascere da quel soggetto ucciso, nonche’ far soffrire chi gli era affettivamente legato, influenzandone le scelte finali e facendo venir meno il primo requisito di libera scelta individuale (ecco spiegata l’espressione biblica LE COLPE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI) . Dunque potremmo affermare per esempio che il figlio di un delinquente e’ meno colpevole se diventera’ delinquente in eta’ adulta? Sostanzialmente si’, concretamente no. La sua forma mentis e’ influenzata dalle scelte dei predecessori, ma la sua influenza sociale e morale e’ essenzialmente la stessa.
Quale soluzione nell’ambito sociale quindi?
Al fine di permettere l’esercizio della liberta’ individuale e’ necessario vincolare la liberta’ stessa dell’individuo a favore di un’altro, attraverso l’azione politica, che si autolegittima  esercitando la funzione direzionale degli individui e nello stabilire le regole del vivere civile;  nell’autodeterminazione dell’individuo stesso e nell’applicazione della Virtu’ Morale. L’autodeterminazione individuale pero’ non e’ da sola sufficiente come non solo sufficiente e’ l’azione politica in se’(tanto per verificare i fallimenti delle societa’ contemporanee)
Per citare Aristotele infatti:

 [Il fine della politica è la felicità].
Riprendendo il discorso, poiché ogni conoscenza ed ogni scelta [15] aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano "felicità", e ritengono che "viver bene" e "riuscire" esprimano la stessa cosa [20] che "essere felici". Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti. Infatti, alcuni pensano che sia qualcosa di visibile e appariscente, come piacere o ricchezza o onore, altri altra cosa; anzi spesso è il medesimo uomo che l’intende diversamente: quando è ammalato, infatti, l’intende come salute; come ricchezza quando si trova povero. [25] Ma coloro che sono consapevoli della propria ignoranza ammirano quelli che fanno discorsi elevati ed a loro superiori. Alcuni3, poi, ritengono che oltre a questi molteplici beni ne esista un altro, il Bene in sé, che è pure la causa per cui tutti questi beni sono tali. Orbene, esaminare tutte le opinioni sarebbe, certo, piuttosto inutile; sarà sufficiente esaminare [30] quelle prevalenti o quelle che comunemente si ritiene che presentino qualche particolare aporia4. E non ci sfugga che c’è differenza tra i ragionamenti che partono dai principi e quelli che ad essi conducono. In effetti, anche Platone5 faceva bene a porre questa questione e a cercar di capire se la strada parte dai principi o ad essi conduce, come nello [1095b] stadio se il percorso va dai giudici di gara fino alla meta, oppure viceversa. Bisogna infatti cominciare da ciò che è noto. Ma "noto" si dice in due sensi: ciò che è noto a noi e ciò che è noto in senso assoluto. Orbene, senza dubbio, noi dobbiamo cominciare da ciò che è noto a noi. Perciò occorre che sia stato rettamente educato, mediante adeguate abitudini, colui [5] che intende ascoltare con profitto lezioni sul moralmente bello e sul giusto, cioè, in breve, sull’oggetto della politica. Infatti, il punto di partenza è il dato di fatto, e, se questo è messo in luce con sufficiente chiarezza, non ci sarà alcun bisogno del perché: chi è moralmente educato possiede i principi o li può afferrare facilmente. Ma chi non li possiede, né può afferrarli, ascolti le parole di Esiodo: [10]
"L’uomo assolutamente migliore è colui che tutto pensa da sé;
buono è pure quello che presta fede a chi ben lo consiglia:
ma chi non è in grado di pensare da sé, né ciò che sente da un altro
sa accogliere nel suo spirito, è un buon a nulla"6 .






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