giovedì 18 agosto 2011

DEL DIRITTO (in breve)

Il diritto può essere definito come il complesso delle norme giuridiche che ordinano la vita di una collettività.
La sua rappresentazione letteraria differisce dalla sua natura ontologica. Nel primo caso infatti dev’essere analizzato per cio’ che esso e’: un insieme di parole, scritte o non scritte, in un ordine preciso, tale da conferirsi un particolare significato. Nel secondo caso invece il diritto nulla e’, se non uno strumento immateriale attraverso il quale ottenere un risultato.
Come gia’ detto, il diritto e’ necessariamente legato al concetto di liberta’ d’azione (od omissione) dell’uomo. L’uomo, in quanto tale, ha facolta’ di esprimere, liberamente e senza vincolo alcuno, la propria individualita’, in senso lato. Egli, infatti, a differenza del mondo animale dove uno spirito collettivo lega la bestia all’equilibrio dell’ecosistema, ha coscienza di essere (ovvero: sa’ di esistere) e per conseguenza dell’agire (so’ di esistere quindi so’ dove e come agisco). Egli puo’ influire sulla natura materiale ed amministrarla a piacimento. Ma questo di per se’, non e’ sufficiente a legittimare l’utilizzo del diritto, visto che lo sfruttamento di strumenti naturali e’ vincolato implicitamente alla natura della materia in se’ (l’uomo infatti dovra’ scavare nella roccia per costruirsi una grotta entro cui ripararsi, non bastera’ certo desiderare intellettualmente una grotta per riparasi pure se il suo Io lo pretendesse come atto libero).
Il problema fondamentale si pone pero’ (come antecemente detto) nella relazione fra uomini. Infatti:Nell’ambito sociale la liberta’ d’azione dell’individuo non e’ fine a se’ stessa, ma si pone sempre e comunque in relazione con il prossimo. Ogni azione liberamente compiuta ha delle naturali ripercussioni anche sulla liberta’ dei soggetti con i quali interagiamo concretamente o con i quali potremmo interagire potenzialmente.”
Esemplificando, la liberta’ di un uomo di essere ucciso puo’ non coincidere con la liberta’ del secondo uomo di NON essere ucciso. La liberta’ di entrambe gli uomini ( dal loro unico punto di vista) e’ formalmente corretta, ma, oggettivamente intesa, si pone in contrasto con il concetto stesso di liberta’ e di libero arbitrio. Ecco dunque, la necessita’ di adottare uno strumento attraverso il quale equilibrare le parti in causa. Ma come scegliere una soluzione piuttosto che un'altra? E qui e’ necessario appoggiarsi all’intuizione filosofica, la quale postula una conoscibilita’ della causa e della soluzione, attuabile attraverso il ragionamento razionale e che, nella razionalita’ ( la quale, come abbiamo detto, essendo frutto del pensiero e’ naturale nell’uomo) si deve fondare. Chiaro sara’ quindi che la tensione naturale dell’uomo alla conservazione della propria vita materiale, (riprendendo l’esempio precedente) e’ funzione superiore rispetto alla tensione (innaturale) verso la morte. Dunque? Al fine di equilibrare una relazione umana fra due soggetti che si  contedono una liberta’ potenziale, il secondo soggetto dovra’ vedere negata la propria liberta’ in favore della liberta’ del primo soggetto.
L’attuabilita’ di tale funzione stabilizzatrice del diritto non nasce pero’ dal nulla, ma si giustifica appunto in relazione all’uomo stesso; esemplificando,  e’ necessario che l’uomo in quanto tale si organizzi, si incontri con gli individui prossimi al fine di stabilire regole comuni, detto sommariamente e, a pensarci bene, gia’ quest’operazione organizzativa implica appunto naturale predisposizione dell’essere ad una vita sottomessa a vincoli giuridici. La sua struttura legale e normativa trova la sua massima espressione vitale attraverso l’autoleggittimazione della comunita’ stessa alla norma, quale espressione massima di accordo fra le parti. L’origine di quest’accordo, piu’ o meno correttamente esplicato che sia, e’ simile al concetto che oggi esprimiamo quando utilizziamo il termine “democrazia”.
Concludendo potremmo affermare che il diritto non serve a limitare la propria liberta’ di scelta ( come molta propaganda politica vorrebbe far credere), ma proprio a rispettare la liberta’ di tutti.


Il concetto di diritto si può identificare con la possibilità di congiungere la costrizione universale reciproca con la libertà di ciascuno.
Immanuel Kant

La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti.
Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795

mercoledì 10 agosto 2011

MUSICA

Bisogna stare attenti.
Soprattutto quando suonata con algebrica melodicita' o armonicita', il suo effetto risulta deleterio per l'Essere. Da una semplice scala armonica ad un riff dream rock, il suo potere e' devastante. Si incanala in un unico senso per poi dilaniare il corpo intero e l'anima tutta.
Ci ricopre di inutili sentimentalismi, ci riempie di illusioni, ci deforma i ricordi....
Il suo potere e' devastante, allo stesso tempo cosi' affascinante....
Credo sia uno degli ultimi mostri dai quali l'uomo riuscirebbe a liberarsi.



 


Dicono che la musica abbia per effetto di elevare l’anima … Sciocchezze! Non è vero. Agisce, agisce tremendamente, ma non nel senso di elevare l’anima, non la eleva né l’abbassa, la esaspera.
Lev Tolstoj

lunedì 8 agosto 2011

PENSIERI

Il corpo umano e’ fatto di carne, legamenti, ossa. La carne, i legamenti e le ossa sono fatti di cellule, le cellule sono formate da atomi; l'atomo permea tutta la materia e come tutta la materia, anch'esso si trasforma e muta nel cosmo.
L'uomo si agita nella materia e di materia vive.
Quello che definiamo tempo, altro non e' che movimento di materia. Lo misuriamo per convenzione, ma in realta' non E'.
Ogni gesto del corpo e’ solo un gesto, niente di piu’.
Ogni movimento e’ solo un movimento, niente di piu’.
E’ l’interpretazione del movimento che ne definisce il Fine.
Ed e’ la coscienza che ne giudica il beneficio o il danno.
Una mano tesa puo’ essere utilizzata per accecare, per difendersi, per lavorare o per offrire aiuto.  
Ecco, l’interpretazione del gesto e’ un moto dell’Anima.


 
Infatti, secondo Pascal:
          14.La grandezza dell'uomo e' grande in quanto egli si conosce miserabile. Un albero non sa' di essere miserabile. Le onde del mare possono uccidere il corpo di un uomo, ma non sanno cio' che fanno. E' dunque essere miserabili il conoscersi miserabili, ma e' essere grandi il riconoscersi tali.


      Citando invece, Epitteto:

DISTINZIONE TRA CIO’ CHE DIPENDE E CIO’ CHE NON DIPENDE DA NOI
Le cose sono di due maniere: alcune in nostro potere, altre no.
Sono in nostro potere: l'opinione, il volere, il desiderio, l'avversione, in breve tutte quelle cose che dipendono dalla nostra volontà.
Non sono in nostro potere: il corpo, le ricchezze, gli onori, le dignità pubbliche, e in breve tutte quelle cose che non dipendono da noi.
Le cose poste in nostro potere sono per natura libere, non possono essere impedite né avversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo non sono cose nostre.
Ricordati dunque che se reputerai per libere, quelle cose che sono per natura schiave, e per proprie quelle che sono di altri, ti capiterà di trovare ora un ostacolo, ora un altro, di essere afflitto, turbato, di dolerti degli uomini e degli Dei. Se invece stimerai tuo ciò che é tuo veramente, e capirai quali sono le cose che non sono in tuo potere, mai nessuno ti potrà forzare, nessuno impedire, non ti lamenterai di nessuno, non incolperai alcuno, non avrai nessun nemico, nessuno ti nuocerà, perché nessuno in effetti ti potrà fare del
male.

Secondo Marco Aurelio:

"Procedo attraverso ciò che è secondo natura, finché, caduto, riposerò, esalando l'ultimo respiro in ciò da cui ogni giorno traggo respiro, cadendo su ciò da cui mio padre raccolse lo sperma, mia madre il sangue e la mia nutrice il latte, ciò da cui ogni giorno, da tanti anni, traggo cibo e bevanda, ciò che mi sostiene mentre lo calpesto e lo sfrutto per tante cose."

"Sono composto di elemento causale ed elemento materiale; nessuno dei due si perderà nel nulla, come neppure è sorto dal nulla. Pertanto ogni mia parte, attraverso trasformazione, sarà ricondotta a una parte del cosmo, e a sua volta quella si trasformerà in un'altra parte del cosmo e così via all'infinito. Anch'io esisto come prodotto di tale trasformazione, e così i miei genitori, e così via, procedendo a ritroso, ancora all'infinito. Nulla, infatti, impedisce di esprimersi in questo modo, anche nell'eventualità che il cosmo sia governato per cicli definiti."

Per cui, sempre secondo M.Aurelio:

Quanto vale di fronte alle leccornie e a cibi di questo genere, accogliere la rappresentazione: «questo è il cadavere di un pesce, quest'altro il cadavere di un uccello o di un maiale», e, ancora, «il Falerno è il succo di un grappolo d'uva», e «il laticlavio sono peli di pecora intrisi del sangue di una conchiglia»; e, a proposito dell'unione sessuale: «è sfregamento di un viscere e secrezione di muco accompagnata da spasmo»! quanto valgono queste rappresentazioni che raggiungono le cose in se' e le penetrano totalmente, fino a scorgere quale sia la loro vera natura.
cosi' bisogna fare per tutta la vita e quando le cose ci si presentano troppo persuasive, bisogna denudarle osservare a fondo la loro pochezza e sopprimere la ricerca per la quale acquisicono tale vigore.
perche' la vanita' e' un incredibile dispensatrice di falsi ragionamenti e ti lasci piu' incantare quanto piu' ti pare di impegnarti in cose di valore.

martedì 2 agosto 2011

Della Liberta' (in breve)


 Quando parliamo di Liberta’, dobbiamo assolutamente legare il concetto stesso del termine “liberta’” a quello di “libero arbitrio”. Potremo definire la liberta’ come la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, usando la volontà di ideare e mettere in atto un'azione, ricorrendo ad una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a metterla in atto. Al fine di porre in atto un azione libera, l’uomo deve essere sottoposto a due condizioni inscindibili: la trasparenza da parte dell’ambiente circostante nell’influenzare le azioni dell’individuo e l’assenza di vincoli fisici atti a produrre l’evento. Nel primo caso infatti si puo’ definire libera solo quell’azione cui l’individuo puo’ valutare oggettivamente, senza vincoli religiosi, sociali, civili, familiari, psicologici. Nel secondo caso, invece, la libera azione puo’ essere espressa mentalmente (pensiero, fantasia ect..), la quale non richiede anche liberta’ fisica; oppure fisicamente, la cui espressione esige necessariamente una liberta’ materiale.
Tutto cio’ sarebbe idealmente applicabile, pero’, a patto che l’uomo vivesse singolarmente rinchiuso in uno stato di “limbo” individuale.
Stranamente invece, a prescindere dai Dogmi Religiosi, sappiamo che l’Uomo, per Natura o per Volonta’ Naturale,  vive in associazione fra individui; questo, in quanto  e’ ordinato alla tensione sociale, dalla quale esso stesso rileva lo scopo, ovvero il Bene della propria esistenza.
Per citare Aristotele infatti:  [Il bene è lo scopo].
[1094a] Si ammette generalmente che ogni tecnica praticata metodicamente, e, ugualmente, ogni azione realizzata in base a una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è "ciò cui ogni cosa tende"1. Ma tra i fini c’è un’evidente differenza: alcuni infatti sono attività, altri sono opere che da esse derivano. [5] Quando ci sono dei fini al di là delle azioni, le opere sono per natura di maggior valore delle attività. E poiché molte sono le azioni, le arti e le scienze, molti sono anche i fini: infatti, mentre della medicina il fine è la salute, dell’arte di costruire navi il fine è la nave, della strategia la vittoria, dell’economia la ricchezza. [10] Tutte le attività di questo tipo sono subordinate ad un’unica, determinata capacità: come la fabbricazione delle briglie e di tutti gli altri strumenti che servono per i cavalli è subordinata all’equitazione, e quest’ultima e ogni azione militare sono subordinate alla strategia, così allo stesso modo, altre attività sono subordinate ad attività diverse. In tutte, però, i fini delle attività architettoniche [15] sono da anteporsi a quelli delle subordinate: i beni di queste ultime infatti sono perseguiti in vista di quei primi. E non c’è alcuna differenza se i fini delle azioni sono le attività in sé, oppure qualche altra cosa al di là di esse, come nel caso delle scienze suddette.

Nell’ambito sociale quindi, la liberta’ d’azione dell’individuo non e’ fine a se’ stessa, ma si pone essenzialmente in relazione con l’individuo prossimo. Ogni azione liberamente compiuta ha delle naturali ripercussioni anche sulla liberta’ dei soggetti con i quali interagiamo concretamente o con i quali potremmo interagire potenzialmente.
 Per esemplificare: se un soggetto uccide un altro soggetto, privera’ della vita quell’individuo, ma potenzialmente privera’ della vita anche chi avrebbe potuto nascere da quel soggetto ucciso, nonche’ far soffrire chi gli era affettivamente legato, influenzandone le scelte finali e facendo venir meno il primo requisito di libera scelta individuale (ecco spiegata l’espressione biblica LE COLPE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI) . Dunque potremmo affermare per esempio che il figlio di un delinquente e’ meno colpevole se diventera’ delinquente in eta’ adulta? Sostanzialmente si’, concretamente no. La sua forma mentis e’ influenzata dalle scelte dei predecessori, ma la sua influenza sociale e morale e’ essenzialmente la stessa.
Quale soluzione nell’ambito sociale quindi?
Al fine di permettere l’esercizio della liberta’ individuale e’ necessario vincolare la liberta’ stessa dell’individuo a favore di un’altro, attraverso l’azione politica, che si autolegittima  esercitando la funzione direzionale degli individui e nello stabilire le regole del vivere civile;  nell’autodeterminazione dell’individuo stesso e nell’applicazione della Virtu’ Morale. L’autodeterminazione individuale pero’ non e’ da sola sufficiente come non solo sufficiente e’ l’azione politica in se’(tanto per verificare i fallimenti delle societa’ contemporanee)
Per citare Aristotele infatti:

 [Il fine della politica è la felicità].
Riprendendo il discorso, poiché ogni conoscenza ed ogni scelta [15] aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano "felicità", e ritengono che "viver bene" e "riuscire" esprimano la stessa cosa [20] che "essere felici". Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti. Infatti, alcuni pensano che sia qualcosa di visibile e appariscente, come piacere o ricchezza o onore, altri altra cosa; anzi spesso è il medesimo uomo che l’intende diversamente: quando è ammalato, infatti, l’intende come salute; come ricchezza quando si trova povero. [25] Ma coloro che sono consapevoli della propria ignoranza ammirano quelli che fanno discorsi elevati ed a loro superiori. Alcuni3, poi, ritengono che oltre a questi molteplici beni ne esista un altro, il Bene in sé, che è pure la causa per cui tutti questi beni sono tali. Orbene, esaminare tutte le opinioni sarebbe, certo, piuttosto inutile; sarà sufficiente esaminare [30] quelle prevalenti o quelle che comunemente si ritiene che presentino qualche particolare aporia4. E non ci sfugga che c’è differenza tra i ragionamenti che partono dai principi e quelli che ad essi conducono. In effetti, anche Platone5 faceva bene a porre questa questione e a cercar di capire se la strada parte dai principi o ad essi conduce, come nello [1095b] stadio se il percorso va dai giudici di gara fino alla meta, oppure viceversa. Bisogna infatti cominciare da ciò che è noto. Ma "noto" si dice in due sensi: ciò che è noto a noi e ciò che è noto in senso assoluto. Orbene, senza dubbio, noi dobbiamo cominciare da ciò che è noto a noi. Perciò occorre che sia stato rettamente educato, mediante adeguate abitudini, colui [5] che intende ascoltare con profitto lezioni sul moralmente bello e sul giusto, cioè, in breve, sull’oggetto della politica. Infatti, il punto di partenza è il dato di fatto, e, se questo è messo in luce con sufficiente chiarezza, non ci sarà alcun bisogno del perché: chi è moralmente educato possiede i principi o li può afferrare facilmente. Ma chi non li possiede, né può afferrarli, ascolti le parole di Esiodo: [10]
"L’uomo assolutamente migliore è colui che tutto pensa da sé;
buono è pure quello che presta fede a chi ben lo consiglia:
ma chi non è in grado di pensare da sé, né ciò che sente da un altro
sa accogliere nel suo spirito, è un buon a nulla"6 .